Vedere la Casa Natale di Gabriele D’Annunzio, a Pescara, ha significato avvicinarsi alle radici di un potenziale che, in quel momento, nessuno poteva ancora immaginare fino in fondo.
Prima del poeta, dell’uomo pubblico, dell’esteta, delle imprese, degli eccessi e della costruzione quasi mitologica del proprio personaggio-brand, del Vate c’era semplicemente un ragazzo. C’erano stanze, oggetti, affetti familiari, una città, un paesaggio, suggestioni quotidiane.
Questo l’aspetto che dovrebbe affascinare di più quando si osservano i luoghi di chi ha lasciato un segno: guardare il punto di partenza sapendo già quanto lontano sarebbe arrivato.
Il talento raramente nasce già compiuto. E’ una possibilità.
Ha bisogno di essere riconosciuto, nutrito, contaminato da incontri, letture, esperienze, ambizioni. Poi, a un certo punto, qualcosa accade: ciò che era soltanto potenziale diventa identità.
Vedendo la casa di D’Annunzio non si può pensare che a questo.
Alle radici.
A ciò che si riceve e a ciò che si sceglie di diventare, se si ha la benedizione della chiarezza.
Il vero viaggio non consiste nel conoscere i luoghi in cui sono nati i grandi uomini, ma nel domandarsi anche quanto del nostro potenziale abbiamo già trasformato in vita e quanto, invece, sta ancora aspettando di essere espresso.

